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Fra gli antichi mestieri proposti dall’omonima associazione di Medicina ve n’è uno che mantiene viva una tradizione italiana un tempo ricchissima ed oggi quasi del tutto scomparsa. Si tratta della bachicoltura, ossia l’allevamento del baco da seta per la produzione del pregiato tessuto. Ad occuparsene è Giorgio Sandri, settantenne in pensione che ha riscoperto una passione che da bambino aveva solo potuto assaporare prima della scomparsa della produzione per via della concorrenza con il mercato estero. “Quando ero bambino avevo potuto interessarmi alla coltura del baco da seta grazie all’allora agricoltore e vicino di casa Ettore Martelli – ricorda Sandri -. A quei tempi la bachicoltura era un’attività familiare complementare all’agricoltura ed anche ben redditizia”.

Più di mezzo secolo dopo, oggi Sandri è a tutti gli effetti un bachicoltore, anche se la sua produzione non è finalizzata alla vendita bensì al mantenimento in vita di una tradizione un tempo importante in Italia, così come negli obiettivi dell’associazione Antichi Mestieri di Medicina di cui fa parte e grazie alla quale ha intrapreso la “carriera” di bachicoltore durante le rievocazioni storiche a cui prende parte con gli altri componenti del gruppo.

La seta è il filamento di cui è composto il bozzolo della crisalide della Bombyx Mori, specie di farfalla la cui larva, nota appunto come baco da seta, produce da apposite ghiandole poste sopra la bocca quando è pronta per la propria metamorfosi in farfalla. Esistono oltre cento razze diverse di bachi da seta, ma le più note ed utilizzate sono quattro e fanno bozzoli di colore diverso: bianco, giallo oro, verde chiaro e rosa pesca. Per il suo allevamento amatoriale Sandri alleva le uova di queste quattro razze, che porta da un ciclo naturale all’altro, ma si rifornisce anche dalla “Sede specializzata per la bachicoltura” di Padova, istituto che si occupa della ricerca, promozione e diffusione del baco da seta (e del gelso, quale alimento principale delle larve) dal 1871, anno della fondazione per decreto di re Vittorio Emanuele II.

Il ciclo di allevamento del baco da seta, dalle uova alla seta stessa, è decisamente affascinante e Sandri lo racconta con vera passione e con la pazienza di chi è abituato a spiegarlo ai tanti curiosi che di volta in volta si avvicinano al banco del suo antico mestiere durante le molte manifestazioni cui l’associazione partecipa ogni anno, in tutta Italia.

“Il ciclo naturale del baco da seta inizia con le uova deposte prima dell’inverno, che sopravvivono durante la stagione fredda in ibernazione e con i primi caldi della primavera successiva si schiudono, dando alla luce larve grandi appena due millimetri. Durante tutta la loro vita, le larve si nutrono giorno e notte di foglie di gelso, il loro unico alimento. Bisogna prestare molta attenzione e grande cura all’alimentazione delle larve, perchè le foglie non devono essere inquinate da pesticidi, che sono letali per le larve, nè bagnate, e a seconda della grandezza della larva vanno sminuzzate a misura idonea”, racconta. Il ciclo di vita della larva dura fra i quaranta e i quarantacinque giorni, durante i quali subisce quattro mute (fenomeno biologico per il rinnovamento dell’esoscheletro) in corrispondenza di altrettante fasi dormienti, che sono gli unici momenti durante i quali non mangia. Giunto alla quinta età, il baco adulto misura 8 centimetri ed è in grado di produrre la seta.

“Quando il baco è pronto ad avvolgersi nel suo bozzolo di seta si dice che va al bosco, cioè si arrampica in alto su un ramo, o in cattività su una fascina di rami secchi appositamente messa a disposizione dall’allevatore, quindi si appende ad una ragna, un tipo ragnatela di seta non filabile, e inizia la secrezione di una sostanza biologica liquida che a contatto con l’aria solidifica rapidamente. E’ la seta“.

Ogni larva produce circa un chilometro e mezzo o due di seta in un’unica fibra, meticolosamente filata dal baco disegnando una specie di “otto” con la testa, e dunque facile da dipanare una volta “cotto” il bozzolo. Per evitare che la farfalla, dopo 8-10 giorni nel bozzolo, lo rompa per fuoriuscire, infatti, i bozzoli vanno “stufati” (dicesi appunto stufatura) nell’acqua o nell’aria calda e solo successivamente il filo può essere dipanato.

“Un tempo si faceva il mercato dei bozzoli, che venivano acquistati a once direttamente dalle filande che poi producevano i tessuti unendo più fili di seta insieme”. Un singolo filo, infatti, è pressochè invisibile ma molto resistente e ignifugo, oltre che leggero. Per questo durante le guerre mondiali i paracaduti erano fatti in seta. E sta proprio nel filo la differenza di pregio fra la seta orientale e quella italiana, migliore. In oriente, infatti, si lavoravano anche i bozzoli rotti, annodando i fili spezzati fra loro. In Italia, invece, i bachicoltori hanno sempre selezionato i bozzoli da seta da quelli per la produzione delle uova, che venivano lasciati al ciclo naturale (con la nascita di una farfalla tipo falena non in grado di volare, la fecondazione del maschio sulla femmina e la deposizione di circa cinquecento uova per esemplare, pronte a schiudersi l’anno successivo). Le crisalidi cotte venivano comunque recuperate ed utilizzate per la pesca, ma anche dall’industria farmaceutica per il loro potere antireumatico. “Un tempo le uova venivano conservate in piccoli sacchetti di tessuto che poi venivano legati all’interno degli abiti delle donne per mantenere il giusto calore per permettere di schiudersi”, racconta Sandri, confermato anche dagli aneddoti di Giorgio Zavaglia nel numero 15 di Pagine di vita e storia imolesi. Una pratica che oggi sembra così insolita, ma che un tempo era all’ordine del giorno per l’economia familiare.

Per Sandri l’allevamento dei bachi da seta nella stagione calda, da maggio a ottobre, è un impegno quotidiano. “Tenere le larve è come avere un animale domestico – commenta ridendo -. Mangiano tutti i giorni, bisogna fare attenzione a temperatura ed umidità anche quando sono uova e quando crescono fanno rumore, mangiando, come un forte ronzio. Per avere le varie fasi in mostra, faccio attenzione a non far schiudere le uova tutte insieme ma in maniera graduale. Solo così possiamo mostrare ai tanti curiosi, affascinati da una così lontana tradizione, le uova, le varie grandezze dei bachi, la produzione della seta da parte del baco adulto e le farfalle – elenca – oltre ai bozzoli cotti, la seta già filata ed un prototipo di filarino”. Materiale che Sandri conserva all’interno di una grande scatola di cartone che, figuratamente ma anche di fatto, contiene una tradizione che perdura da centinaia di anni, un tempo protetta dal segreto di stato cinese ed oggi, invece, relegata in cantina.

Nella foto: Giorgio Sandri durante una manifestazione degli Antichi mestieri

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